LA PSICOLOGIA SI METTE IL KIMONO E SCENDE SUL TATAMI


LA PSICOLOGIA SI METTE IL KIMONO E SCENDE SUL TATAMI Il titolo, un po’ enigmatico e orientaleggiante, ci porta direttamente nel mondo delle arti marziali: kimono è il “vestito” indossato dagli atleti e il tatami è il “pavimento” sui cui si allenano.

Ma cosa c’entra la psicologia con le arti marziali?

C’entra eccome! In questo breve articolo proveremo a delineare quanto le arti marziali, e in particolare il karate, possano essere importanti per il benessere non solo fisico ma anche psicologico delle persone, dai più piccoli agli anziani (non è mai troppo tardi!), cercando di far entrare anche i lettori nell’affascinante viaggio del “karate-do”, cioè il “sentiero del karate”. Il karate-do è definito un’arte ed è, in fondo, uno stile di vita, che - partendo dall’apprendimento di tecniche di autodifesa - conduce ad una conoscenza profonda e al miglioramento di se stessi. E ci auguriamo che, anche per chi non pratica questa disciplina, i suoi insegnamenti possano costituire dei consigli per stare meglio.

Il nostro viaggio prende il via proprio dagli scopi che il karate si pone, scopi che sono primariamente educativi e formativi della persona nella sua interezza. La persona, in tutte le arti marziali, non è solo un corpo che compie movimenti e non è solo una mente che pensa o un cuore pieno di emozioni, ma è tutto questo insieme: “corpo”, “mente” e “cuore” sono in stretto contatto tra loro. Stupisce notare come la psicologia stia solo arrivando in questi ultimi anni a riscoprire questa unitarietà della persona (si dice sia tutta colpa di Cartesio, che nella sua filosofia - che ha influenzato l’occidente - ha separato mente e corpo) e come altre scienze che si dedicano alla persona (medicina, pedagogia, ecc.) stiano ancora faticando a integrare questi aspetti.

Il karate ci insegna (e chi lo pratica lo vive sulla propria pelle) che i movimenti del proprio corpo sono strettamente legati a come si è, alla propria personalità. E l’allenamento, che coinvolge tutta la persona, diventa così occasione di entrare in diretto contatto con se stessi, con i propri limiti e le proprie qualità, consentendo da un lato di migliorarsi e dall’altro di accettarsi per come ci si va scoprendo.

Possiamo così riassumere i benefici psicologici del karate: aiuta a conoscere e migliorare se stessi, favorisce l’autostima (fiducia in sé, che non diventa prepotenza sull’altro, ma è un “umile” credere in se stessi), sviluppa capacità cognitive (quali, ad esempio, la memoria, l’attenzione e la flessibilità di pensiero) e motorie, aiuta a controllare le reazioni aggressive (poiché basato sull'autodifesa, anzi la vera essenza del karate è non arrivare mai al combattimento) e sviluppa il rispetto per se stessi e per gli altri.

Il karate può essere praticato senza limiti di età, da maschi e femmine, da disabili, da chi soffre di disturbi mentali o del comportamento, da chi ha problemi fisici, come scoliosi, vizi posturali, ecc.

Come abbiamo evidenziato sopra, le implicazioni positive di questa arte marziale si sentono in maniera particolare nei bambini, che desiderano fare karate innanzitutto divertendosi.

L'inizio della pratica viene solitamente consigliato a partire dai 5 anni, età in cui il bambino attraversa la cosiddetta fase del "corpo percepito", ovvero impara la funzione delle parti del proprio corpo e sviluppa le capacità motorie coordinative, inizia a riconoscere la destra dalla sinistra e acquisisce i fondamenti di equilibrio e direzionalità. In questo momento fondamentale della vita del bambino il karate viene insegnato con un approccio ludico, cercando di privilegiare una gamma di attività il più ampia possibile e senza l'obbligo di competere con se stessi o con gli altri.

Dopo un primo periodo, chiamiamolo di “rodaggio” e sempre sotto forma di gioco, i bambini potranno cominciare a misurarsi con gli altri eseguendo esercizi a squadre, attività che permette loro di capire l'importanza della collaborazione per raggiungere una meta. La competizione singola verrà proposta solo quando l'individuo dimostrerà non tanto di averne le capacità fisiche e tecniche, ma soprattutto emotive.

Generalmente gli insegnanti tendono sempre a responsabilizzare i giovani praticanti anche nello svolgimento dei compiti più semplici, nell'ottica di un miglioramento personale che facilita la convivenza con i propri coetanei ed apre le porte del cammino nella nostra società.

Giulia Cavalli



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